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buona serata a tutti

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la mia matita saluta

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il mio saluto

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vetri rotti

poesia di Umberto Saba

Tutto si muove contro te. Il maltempo,
le luci che si spengono, la vecchia
casa scossa a una raffica e a te cara
per il male sofferto, le speranze
deluse, qualche bene in lei goduto.
Ti pare il sopravvivere un rifiuto
d’obbedienza alle cose.
E nello schianto
del vetro alla finestra è la condanna.

(Il canzoniere, 1900-1954)

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una tifosa sampdoriana ti saluta

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buon anno a tutti voi

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buona serata

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buon Natale a tutti voi

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Bozza automatica

Formicolante città, città piena di sogni,

Dove lo spettro in pieno giorno s’attacca al passante!

I misteri colano d’ogni parte come linfe

Dentro i canali stretti del colosso possente.

Un mattino, mentre nella triste strada

Le case, allungate dalla bruma,

Sembravano i due argini d’un fiume in piena,

E, scenario simile all’anima d’un attore,

Un nebbione sudicio e giallo inondava tutto lo spazio,

Io camminavo, tendendo i miei nervi come un eroe

E discutendo con la mia anima già spossata,

Giù per il quartiere scosso da pesanti carriaggi.

Improvvisamente, un vecchio i cui stracci gialli

Sembravano imitare il colore di questo cielo piovoso,

E il cui aspetto avrebbe fatto fioccare elemosine,

Senza quella cattiveria che luceva nei suoi occhi,

M’apparve. Si sarebbe detto che avesse la pupilla temprata

Nel fiele; il suo sguardo acutizzava il gelo,

E la sua barba di lunghi peli, rigida come una spada,

Sporgeva, simile a quella di Giuda.

Non era curvo, ma spezzato, la sua schiena

Formava con le gambe un perfetto angolo retto,

Così che il bastone, completando la sua figura,

Gli dava l’aria e il passo malsicuro

D’un quadrupede malato o d’un ebreo zoppicante.

Nella neve e nel fango andava invischiandosi,

Come se schiacciasse dei morti sotto le sue ciabatte,

Piuttosto che indifferente, ostile all’universo.

Un compagno lo seguiva: barba, occhio, schiena, bastone, stracci,

Niente distingueva, dallo stesso inferno venuto,

Questo gemello centenario, e questi spettri barocchi

Procedevano di pari passo verso una meta ignota.

In che complotto infame ero caduto,

O quale malvagio caso così mi umiliava?

Infatti contai sette volte, un minuto dopo l’altro,

Quel sinistro vecchio che si moltiplicava!

Chi ride della mia inquietudine,

E non si sente percorso da un brivido fraterno,

Sappia che malgrado tanta decrepitezza

Quei sette mostri avevano l’aria d’essere eterni!

Avrei potuto, senza morirne, contemplare l’ottavo,

Sosia inesorabile, ironico e fatale,

Disgustosa Fenice, figlio e padre di se stesso?

– Dunque volsi le spalle al corteo infernale.

Esasperato come un ubriaco che vede doppio,

Rientrai a casa, chiusi la porta a chiave, spaventato,

Malato e infreddolito, l’anima febbrile e turbata,

Ferito dal mistero e dall’assurdo!

Invano la mia mente voleva riprendere il timone;

La tempesta mulinando rendeva inutili i suoi sforzi,

E la mia anima ballava, ballava, vecchia barca

Priva di alberi, su un mare mostruoso e senza confini!

(Tratto da I Fiori del male –

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